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BUCINTORO

Come già detto questo è stato il modello definitivo. Lo spunto fu preso dal capolavoro realizzato dall'amico peraltro da poco scomparso all'inizio del lavoro, Aldo Baradel. Accompagnai papà più e più volte sia a fotografare quel modello che quello mastodontico che si trova al museo navale di Venezia. Una volta siamo andati sia all'Archivio di Stato di Venezia che alla Biblioteca Marciana dove ci siamo fatti stampare da microfilm un'edizione antichissima di un testo che in antico veneziano spiegava le decorazioni di questa barca unica al mondo. Ordinammo anche un libro a tiratura limitata di una studiosa sull'argomento. La preparazione fu approfondita, ma l'impegno nella ricerca non fu paragonabile a quello costruttivo. Per iniziare non esistono disegni costruttivi del modello, ma solo approsimazioni. Papà fissò il suo foglio sul tavolo e iniziò a disegnare. Questi disegni furono rivisti e corretti in fase realizzativa e credo costituiscano ora un unicum. Alcuni modellisti gliene richiesero copia, ma conscio dell'impegno profuso papà non li concesse mai. Di solito realizzare lo scafo di una nave non è impegno gravoso basta ritagliare una chiglia, incastrarci le ordinate e fissare il fasciame. L'ho visto fare tante volte che ormai quasi penso di esserne in grado pure io. Per il Bucintoro questo è vero solo in parte perchè poco sopra la linea di galleggiamento iniziano gli archi che danno una bella apertura sul ponte dei rematori. E' necessario quindi proseguire rifinendo gli interni sui quali non si potrà più agire in seguito, collocare le sculture che, pur in ombra, esistono e dipingere. Bisogna aver le idee ben chiare per non sbagliare. Poi si copre tutto con il ponte superiore. I ponti di solito sono tipo parquet a tavoloni mentre questo a mosaico ha richiesto oltre 7.000 tesserine romboidali colorate di nero, giallo e naturale e poi ci sono i rosoni. Colorare le listerelle, tagliarle tutte uguali ed incollarle ha richiesto una quantità di tempo e pazienza che non credevo papà avesse. La passione gli faceva superare ogni ostacolo. Infine si arriva alle sculture. Credo siano qualche centinaio. Papà si era fatto le ossa scolpendo sul grande qualche mobile, ma mai aveva lavorato sul così piccolo. Con calma iniziò a sbozzare i cubetti di legno di pero e con sgubbie a volte ricavate dalla stecca di un ombrello iniziò. Frese da mini drill e una volontà incrollabile fecero il miracolo. Gli regalai io un manuale di doratura, ma lui approfondì la tecnica da qualche restauratore. Infine andammo a Milano da una ditta specializzata nella produzione di foglia d'oro zecchino e ne comprammo per un paio di milioni di lire del tempo. La mamma procurò il velluto rosso del "tiemo" e il capolavoro fu compiuto. Ogni singolo pezzo fu realizzato da papà (in commercio in realtà non esiste nulla comunque); persino la targa fu realizzata in ottone da lui con il sistema della corrosione ad acido: applicava dei trasferelli sulle parti da proteggere ed immergeva la lastra in acido e poi lavava e ripeteva l'operazione sino al risultato. Gli anni di lavoro necessari furono credo 5, le ore oltre 7.000. Con questo modello papà vinse tre medaglie d'oro ai campionati mondiali, ed altre agli europei e agli italiani. Ovunque venisse esposto il modello catalizzava l'attenzione del pubblico sia esperto che profano. Prima di questo, tutto si svalutò e dopo, tutto diventò relativo. La polvere di legno respirata però diede un colpo notevole all'asma di cui papà già soffriva. Ora salir le scale non era più come prima e giurò che quello era l'ultimo modello. Non fu così. Papà ha avuto solo il tempo di prendere i contatti preliminari, ma non la soddisfazione di vedere il suo modello esposto al Museo Nazionale di Zurigo per la mostra "Karat" 14.09.2012 - 17.02.2013. https://www.kapital.landesmuseum.ch Scala 1 : 30. Ultimato nel 1999.